La nostra storia

Così eravamo

Foto e frammenti di storia del nostro territorio

La zona 5 del Decentramento Amministrativo – come si dovrebbe chiamare in ‘burocratese’ per i milanesi – oltre parte della Darsena, in realtà abbraccia una serie di quartieri che si trovano immediatamente fuori dalle porte Genova, Ticinese, Lodovica, Vigentina e Romana fino alle periferie.
Conoscere la città, il proprio quartiere perché solo cominciando a conoscerla, si finisce a poco a poco per considerarla un’ineguagliabile maestra di vita, dalla quale farci raccontare almeno una parte dei suoi innumerevoli segreti; soltanto così si può giungere poi a comprendere i valori autentici e a salvaguardarli, prima che il tempo e gli uomini li cancellino.
Tra antichi dagherrotipi, lastre litografiche e vecchie foto, rimane agli abitanti di questo grande quartiere un forte bisogno di sapere cosa c’era prima, come eravamo: la verità storica della fotografia del tempo passato mostra come si viveva veramente. E’ la storia di muri, di strade, di botteghe che è poi storia della nostra cultura, occhi dei nostri vecchi, di chi ha vissuto e raccontato le foto. Con uno sguardo al futuro, non è casuale la presenza ultracentenaria di scuole della prima formazione dei giovani che tanti genitori e alcuni nonni hanno frequentato. Come la scuola Jacopo Barozzi di Via Giulio Romano: la lunga storia di una scuola e di una comunità in una dotta ricostruzione del Prof. Francesco Somaini per il Centenario della scuola. E per venire a tempi più recenti, la testimonianza di Nando Dalla Chiesa sulle vicende di una straordinaria comunità di studenti universitari nell’avvicendarsi di cinque o sei generazioni.
L’Associazione “Quei del Tredesin”, nata nel 1989 con sede legale presso l’Unione Commercio Turismo e dei Servizi della Provincia di Milano in Corso Venezia 47/49, opera nelle Vie Adige, Crema, G. Romano, Piacenza, inizio Ripamonti e vie limitrofe. Oggi le adesioni sono in costante aumento (www.queideltredesin.it). Tutti i soci, di cui 9 con oltre 50 anni di attività ininterrotta, operano, come prevede lo Statuto per la riqualificazione, non solo del commercio ma anche del territorio, con iniziative e promozioni varie (feste, illuminazioni natalizie, ecc…).
Un particolare ringraziamento ad Angelo Pria che vive nel nostro Quartiere da 1924 e che ha messo a disposizione il suo archivio personale di racconti e foto.

A cura di Samuele G. Menasce
dell’Associazione Quei del Tredesin

Le fotografie sono solo a scopo promozionale. Le riproduzioni e le pubblicazioni con qualsiasi mezzo sono vietate.
P.S. Tutti i Soci e i Cittadini sono invitati a segnalare foto, racconti e testimonianze della storia del Quartiere.

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Porta Romana (vista da Corso Lodi) – acquaforte di Domenico Aspari 1798 (Civica Raccolta Bertarelli, Milano)

Le mura, iniziate nel 1546 dal capitano Giovanni M. Olgiati, per volere del Governatore Ferrante Gonzaga in nome di Filippo II di Spagna, Duca di Milano, furono opera soltanto militare. Finite dopo vent’anni, ebbero semplici porte, corrispondenti come proiezioni verso l’esterno alle precedenti. Racchiudevano in un circuito di 12.680 m. la città antica. I borghi, il terreno a prato e ortaglie con casolari, di riserva per futuri ampliamenti. Si saldarono anch’esse alle fortificazioni del Castello.

Nel XIV secolo Azzone Visconti provvide al rinnovo delle fortificazioni di Milano. Tre secoli dopo, le nuove mura spagnole ridisegnarono il perimetro della città e le Porte, che conservavano i nomi medioevali, furono ampliate e spesso corredate da archi monumentali, come quello di Porta Romana. Costruito nel 1598 da Aurelio Trezzi, per solennizzare l’ingresso di Margherita d’Austria, sposa dell’infante (erede al trono) Filippo III Re di Spagna e Duca di Milano, rimase l’unico ingresso monumentale fino al 1787.

I francesi entrano in Milano – disegno di C. Vernet

I francesi entrano in Milano – disegno di C. Vernet

Il 14 maggio 1796, reduce della vittoriosa battaglia di Lodi, fece il suo ingresso trionfale Napoleone Bonaparte. In quell’occasione, egli dichiarò che, scacciati gli austriaci, Milano non aveva padroni e i milanesi erano finalmente liberi di organizzare il governo della loro città (da “Memoria storica e rinnovi urbani”, vol. I).

inizio ‘800 - Planimetria dei ‘Corpi Santi di Porta Romana’

inizio ‘800 – Planimetria dei ‘Corpi Santi di Porta Romana’

Esistono quattro interpretazioni per questa denominazione: 1. l’uso di seppellirvi i primi martiri cristiani fuori le mura; 2. spazio esterno della città in cui, per motivi bellici, non si poteva arare, edificare e svolgere attività lavorative; 3. oltre all’uso cimiteriale, il territorio era adibito a processioni intorno alle mura; 4. l’appartenenza di questi luoghi alla Chiesa (da “I quartieri di Milano e il rinnovo urbano” di Antonio Iosa).

L’editto napoleonico del 1806 proibiva, per motivi igienici, la sepoltura delle salme in prossimità dei centri abitativi e ordinava che i cimiteri fossero fuori della città. Nel realizzare gli attuali box interrati di Viale Sabotino sono state trovate ossa umane.
I Corpi Santi divennero terre aggregate alla città, contrade rurali e presero il nome della porta che dalle mura si apriva sulla campagna. Ebbero una distinta amministrazione e furono uniti al Comune di Milano nel 1873.
Porta Lodovica, o posterla di S. Eufemia, sussidiaria della Porta Romana, prese il nome da Lodovico il Moro, che la mise in uso nel 1486, e venne demolita nel 1822.
Da notare, da sinistra a destra le cascine: Brioschina, Briosa, Lazzaro, Gorgona, Restelli, la Villa Nolli e la Lavanderia Altaguardia, Berevadora (alcuni resti esistono in Via Crema n° 8 e in Via San Rocco), Tamborina, Trinchera e la Cascina Rossa. Il nome ‘Altaguardia’ ricorderebbe una torre di vedetta risalente ai tempi del Barbarossa, che però la città si è divorata nella sua incessante evoluzione secoli e secoli fa.

Porta Romana nel 1850 ca. (allora Piazza Mercato, vista dall’attuale Corso Lodi)

Porta Romana nel 1850 ca. (allora Piazza Mercato, vista dall’attuale Corso Lodi)

A destra e a sinistra dell’Arco, le Mura Spagnole ancora conservate e le costruzioni adiacenti.

Dopo parecchi anni, le mura vennero ormai sentite come un ingombrante ostacolo: perdettero anche la funzione di cinte daziarie dopo l’assorbimento dei Corpi Santi, quartieri sorti oltre le mura spagnole e che avevano nel 1873, una propria amministrazione.
Se ne iniziò la demolizione nel 1885 tra il Castello e Porta Ticinese. Le parti non abbattute furono incluse nelle costruzioni che vi si appoggiarono e riempirono la fascia bastioni-circonvallazione. Nel 1905 si proseguì la demolizione del tratto Porta Ticinese-Porta Lodovica nel senso contrario del secolo precedente, per creare i viali dei bastioni e contemporaneamente si completò con nuove costruzioni la copertura della fascia bastioni-circonvallazione.

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Arco di Porta Romana (vista dal Corso di Porta Romana).Cartolina dei primi anni del1900.

Nel 1796 Porta Romana era una delle 11 porte principali. Nella cartolina si notano a destra dei resti ancora ben conservati delle Mura Spagnole. Sullo sfondo a sinistra, all’angolo con l’attuale Corso Lodi, l’allora Farmacia Binaghi.

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Piano Regolatore Beruto 1884

col tracciato del nuovo viale per la stazione (via Crema) e le strade adiacenti. L’area a tratteggio è quella del soppresso cimitero.

Da notare le Mura Spagnole, divisorio tra città e ‘fuori Porta’ con larghi spazi senza alcuna costruzione. Si evidenziano Via Ripamonti (a sinistra) e Corso Lodi (a destra obliqua). La chiesa di San Rocco si affaccia sul viale di Porta Vigentina, ora Viale Sabotino. Nel 1912 fu chiusa e nel 1954 fu demolita.

Alla sinistra si nota parte del progetto del Parco (attuale Ravizza) e il tracciato delle Vie: Adige, Piacenza, Crema, Giulio Romano, Palladio, Bellezza, Piazzale Trento, Viale Isonzo e Toscana.
Il Parco Ravizza previsto nel Piano Regolatore Beruto, approvato nel 1899, trae la sua origine con l’acquisto, da parte del Comune nel 1906, di alcuni poderi per una superficie complessiva di 239.000 mq, fra i Bastioni di P.ta Lodovica e la nuova circonvallazione (viale Toscana).

Alessandra Ravizza (1846-1914), cui il parco è dedicato, fu figura di spicco che operò a Milano in attività filantropiche, fra le quali le ‘Cucine Economiche’ (da “Dizionario di Milano” di C. Castellaneta – 2000).

 

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Seconda metà dell’800 - Viale di Porta Vigentina, ora Viale Bligny.

Tratto iniziale di Via Ripamonti da Viale Filippetti a Viale Sabotino. In fondo alla strada, si intravede l’incrocio con Via Bocconi.

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 Seconda metà dell’800 – Borgo dell’Orcello, ora Via Ripamonti.

Nel 1873, insieme ad altri borghi, fu aggregato al Comune di Milano.

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Seconda metà dell’800 – Viale di Porta Vigentina, ora Viale Sabotino.

La strada è dotata di rotaie, si evidenzia sul lato destro la Chiesa di San Rocco con il Campanile. Nel 1912 fu chiusa dopo la costruzione nel 1902/4 della Chiesa Sant’Andrea (in Via Crema) e fu demolita nel 1954.

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 Seconda metà dell’800 – Edificio tuttora esistente

A destra, l’inizio dell’attuale Corso Lodi, al centro la Via Ludovico A. Muratori. Una carrozza davanti alla Bottiglieria. Successivamente, vi si insedierà la Farmacia Binaghi, quindi il Credito Italiano Agenzia E, ora Mariposa Dischi.

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1898 – La Società del Pane Quotidiano (Archivio Alinari)

La Società del Pane Quotidiano dal 1898 ogni giorno distribuisce gratuitamente alimentari preconfezionati, vestiario, giocattoli, pentolame a chiunque ne faccia richiesta. La sede, all’inizio una baracca, si trova oggi in Viale Toscana 28, tra il Parco Ravizza e l’ex Centrale del Latte. Nella foto del Natale 1945 colpiscono i visi di donne e bambini che attendono con trepidazione la distribuzione, in un periodo in cui i generi di prima necessità si potevano comprare quasi soltanto al mercato nero. La Società del Pane Quotidiano diviene spettatrice non indifferente della tragedia di un popolo. In questa Sede transitano di questi tempi quotidianamente, escluse la domenica e le feste, circa 1.500 persone.

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Primi anni del ’900 – Bar-Tabaccheria (ang. Via Crema/Via Piacenza)

La foto risale ai primi anni del 1900 in contemporanea con la Chiesa.
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1900-1902 – Chiesa di Sant’Andrea

Costruita sull’area del vecchio cimitero di San Rocco, in seguito soppresso. L’oratorio (ingresso da Via Trebbia) è oggi un centro di aggregazione e di servizio per gli anziani e i giovani del quartiere. E’ dotato di un salone per spettacoli e un campetto di calcio e pallacanestro. Numerose sono le iniziative di carattere socio-culturale. Nella foto del 2000, illuminazioni natalizie.

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 Primi anni del ‘900 – Le Botteghe Corso Lodi/ang Piazzale Medaglie d’oro (foto Luca Comerio – Archivio F.lli Branca)

 L’inizio di Corso Lodi ai primi del’900 curiosamente deserto rispetto al movimento odierno. Al n° 1 la Pasticceria Vismara Pietro. Sarà sostituita dopo qualche anno dal bar di Emilio Fusarini. Alla Farmacia Binaghi, subentrerà di lì a poco il Credito Italiano Agenzia E, ora Mariposa Dischi. Sulla sinistra, si intravede la Piazza Mercato, già mercato delle castagne, che prenderà poi il nome di Piazzale Medaglie d’oro; non manca neppure il ghisa di allora.

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1905 – La Drogheria Madini  (Archivio F.lli Branca)

La Drogheria Madini ‘Grande deposito di carburo di calcio, barili e sacchi vuoti’. Gli abitanti si recavano dal droghiere per comperare il carburo di calcio poiché con esso si accendevano i fanali delle biciclette e delle prime autovetture e, grazie a una scoperta fatta proprio qui, sui Navigli di Porta Ticinese, si eseguivano le vecchie saldature autogene prima che arrivasse la fiamma ossidrica a rivoluzionare la tecnica.
Alle spalle della foto era la vecchia Porta Vigentina (ora Viale Sabotino); la Drogheria si trovava all’angolo del Viale di Porta Lodovica, ora Viale Bligny. Qui aveva inizio la Via Vigentina in quanto collegava la città al piccolo centro di Vicentino, ora Via Ripamonti. Nella foto è visibile anche l’imbocco di Via Baracca, oggi Via Salasco. Era una vecchia strada campestre che muoveva di sbieco rispetto alla strada principale e procedeva diritto fino a Via Morivione.
Nel quartiere, allora sobborghi di Porta Lodovica, sorge ora l’Università Bocconi, un’istituzione modernissima, ma che dispone di rari cimeli del Rinascimento: pergamene, veri e propri documenti della storia commerciale dell’intero Paese, conservati nella sua biblioteca.
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1905 Centrale Termica di Piazza Trento

La prima proposta per realizzare una centrale elettrica a vapore, da parte del Municipio, risale al 1903. La sua attuazione avvenne però nel 1905, su progetto dell’ing.Tito Gonzales e fu un opera di grande richiamo, destinata in un primo momento all’illuminazione pubblica e successivamente all’alimentazione dell’acquedotto, ai vari edifici comunali e, solo in parte, ai privati.
Essendo direttamente allacciata allo scalo di Porta Romana, funzionava a carbone; solo successivamente venne trasformata a metano (da “Milano nell’Italia Liberale – 1898-1922”. Ed. Cariplo 1993).

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1905 – La Società Canottieri Milano in Darsena (Civica Raccolta Bertarelli, Milano)

La Darsena ha sempre rappresentato un polo di attrazione per i traffici commerciali, e una volta che finalmente cessò il terrore degli assedi, i fabbricati ad uso commerciale, o comunque utilitario, si spinsero fino allo specchio del bacino. D’altra parte, all’epoca, per costruire un edificio, non era certo obbligatoria la licenza! Questa foto, probabilmente del 1905, riprende l’ultimo tratto del Viale di Porta Genova – ora Via Gorizia – verso l’odierno Piazzale XXIV Maggio ed à vivacizzata dal cartellone pubblicitario di un noto mobilificio. La principale nota di colore è però rappresentata dalla Società Canottieri Milano, di cui possiamo osservare la sede, una baracca dall’aspetto bizzarro. I primi tentativi di praticare il canottaggio nel Naviglio Grande datano dagli anni Novanta dell’Ottocento, e suscitarono molta ilarità, perché il canale non sembrava certo il più adatto a praticarvi sport. Tuttavia, la società si spinse ben oltre, organizzando anche memorabili gare di nuoto.

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1907 – Le Case Popolari

Case IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), ora ALER (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale), di Via Ripamonti 36/38 /ang. Viale Toscana.
Nel 1903 venne deciso uno stanziamento di 4 milioni per la realizzazione, da parte del Comune, delle prime Case Popolari. Nel 1907 nacque il primo quartiere, il Ripamonti.
Contrariamente ad altri edifici popolari eretti da privati (case di ‘ringhiera’), ogni alloggio possedeva servizi propri, oltre ad altri comuni, quali: lavatoi, infermeria, aree verdi, ecc. Nell’ anno successivo (1908) venne creato l’Istituto per le Case Popolari “al fine esclusivo di provvedere alloggi igienici ed a buon mercato, per le classi meno abbienti” (da IACP 1908-1983, Milano 1984).
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1907-08 – La lavanderia comune

Il lavatoio delle case IACP/ALER di Via Ripamonti/ang. Viale Toscana (appeso il regolamento).

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1911-12 - La Vaccheria moderna – vendita latte fresco e biscotti

Facciata vista dal Parco Ravizza. Situata tra l’attuale scuola elementare Jacopo Barozzi e la scuola media T. e F. Confalonieri, ora dopo la ristrutturazione, è  sede della Scuola Civica di Teatro ’Paolo Grassi’.

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1911 – La Vaccheria (interno)

La Vaccheria venne attivata dal Municipio negli anni 1911-12 al Parco Ravizza e fu il nucleo originario della successiva ‘Centrale del Latte’.
Suo scopo fu quello dell’approvvigionamento, lavorazione e distribuzione razionale del latte alla cittadinanza, sotto severo controllo contro le adulterazioni. In precedenza, tale attività veniva svolta singolarmente dai vari produttori della campagna. La gestione dei depositi municipali del latte avrebbe permesso il controllo diretto, dall’interno del mercato stesso, premiando gli onesti e punendo i disonesti. E’ stato questo il presupposto per un progetto di municipalizzare del servizio del latte in Milano.
Negli anni ’60 questo fabbricato fu una delle sedi della YOMO.
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1913 – Gara di nuoto sul Naviglio Grande (Civico Archivio Fotografico, Milano)

 La primavera e l’estate costituivano sempre un pretesto per organizzare sagre e competizioni sportive, spesso legate a ricorrenze religiose. E le acque dei Navigli, allora chiare, rappresentavano un grande richiamo. In questa foto, ritenuta del 1913, osserviamo la conclusione di una gara di nuoto sul Naviglio Grande (che non va confusa con l’attuale festa dei Navigli, ideata di recente). La ripresa fu eseguita da un natante in sosta sotto il ponte dello Scodellino, tuttora esistente allo sbocco del Naviglio nella Darsena (il ponte che si nota al centro dell’immagine è invece quello che precede la parrocchiale di S. Maria delle Grazie al Naviglio). Com’era naturale, si trattava di un vero e proprio avvenimento e il popolo si accalcava numeroso sulle sponde (allora non si andava certo in ferie). Per noi invece è l’occasione per notare nella folla, le ‘magiostrine’, cappelli circolari, di paglia, che ormai andavano sostituendo i tradizionali berretti a cencio.
Sullo sfondo l’antica Trattoria della Pergola.

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1920 circa – Gara di canottaggio sul Naviglio

Vogatori, parenti e tifosi prima di una gara di canottaggio lungo i Navigli. Siamo attorno al 1920. Ma la passione per la voga, alimentata dagli striminziti canali dei Navigli, aveva messo radici molti anni prima, sul finire dell’Ottocento, una stagione che si aprì allo sport praticato e che nel 1878, inserì per legge la ginnastica fra le materie scolastiche. Il corpo conquistava diritto di cittadinanza. In quegli anni Milano imparava il nuoto e il pattinaggio su ghiaccio in piscina (la prima piscina pubblica, la Cozzi, fu aperta solo nel 1934) e sulla pista invernale (il Palazzo del Ghiaccio verrà inaugurato nel 1923) dell’Hotel Diana di Porta Venezia. Erano di gran moda, fra gli aristocratici, le corse in velocipede. Al remo ci si arrivò un po’ più tardi. Nel 1890 venne fondata la ‘Società Canottieri di Milano’, con sede nella Darsena di Porta Ticinese. Quattro anni dopo, iniziò a farle concorrenza la ‘Canottieri Olona’.
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1920 – Via Crema - Processione del Corpus Domini.

A destra, all’angolo con Viale Sabotino, l’Osteria ‘uve Filippo Bianchi vini’ (ora Darty), dove i giovani di allora in bicicletta si fermavano per un bianchino e un panino con la bologna. Accanto il Cinema Minerva. Nel primo tratto di Via Crema si nota l’assenza di alberi. Sullo sfondo, due delle tre ciminiere della Centrale elettrica di piazza Trento.

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1930 circa – Il tram a vapore (Civico Archivio Fotografico, Milano)

‘El Gamba de legn’ sul piazzale di Porta Lodovica.Una delle note più caratteristiche del rione Ticinese era costituita dal tram a vapore per Pavia, soprannominato ‘Gamba de legn’, la cui stazione si trovava al principio dell’odierno Viale Bligny, dove si trovava la stazione delle corriere per Pavia, ora sede nuova della Bocconi. Istituito nel 1880, quando dai bastioni si potevano ancora osservare le campagne che circondavano la città, rimase in servizio fino al 1936. In questa foto è raffigurata appunto una delle ultime corse. Il convoglio a vapore è appena uscito dalla stazione e transita sul piazzale di Porta Lodovica, diretto in Viale Col di Lana. Il percorso proseguirà per Corso San Gottardo, Via Torricelli, Via Chiesa Rossa, quindi costeggerà il Naviglio Pavese fino a Pavia. Ormai il piazzale di Porta Lodovica ha assunto l’aspetto definivo (soltanto i caseggiati sulla sinistra verranno sostituiti dopo l’ultima guerra). Secondo una diceria popolare la denominazione di ‘Gamba de legn’ sarebbe derivata al convoglio da un fuochista, che aveva perduta una gamba sotto una motrice.

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Anni 30 , Via Giulio Romano (Foto V.Salasco)

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Anni ’30 – Stazione di Porta Romana. Il tram per il servizio funebre. 

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Anni ’30 – Antica Monte Tabor – Porta Romana

Stazione mortuaria. I tram neri trasportavano i feretri ai cimiteri di Musocco.
L’edificio (a destra) esiste tutt’ora. Dopo aver ospitato il CRAL dell’ATM ‘Il Ragno d’Oro’, ritrovo per giovani amanti del ballo, è ora sede del Centro Benessere ‘Terme Milano’. Si nota al centro un feretro che sta per essere caricato sul tram e i dolenti che seguono il trasporto al cimitero (dal volume “Dall’omnibus alla metropolitana” di F. Ogliari).

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Anni ’30 – Rimessa del tram ‘La Gioconda’ per il servizio funebre di Via Bramante (Cimitero Monumentale).

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Anni ‘ ’30 –La prima Centrale del Latte

Sede storica di Via Castelbarco (oggi rasa al suolo).
La Centrale del latte di Milano (la più grande del Paese) fu operativa dal 2 gennaio 1930, ma la sua storia risale a molti anni prima, addirittura alla vigilia dell’Unità d’Italia (1861).
Già nella prima metà dell’Ottocento esistevano in Lombardia molti caseifici le cui attività si basavano su metodi di lavoro immutati da secoli. Con la seconda rivoluzione industriale, ci sarà la separazione fra produzione di burro e formaggi (settore caseario) e produzione di latte (settore lattiero). Milano diventa snodo commerciale fondamentale con i suoi 700.000 abitanti all’inizio ‘900. La mortalità infantile, con livelli preoccupanti, l’elevato livello di consumo del latte dalla mungitura al trasporto, facevano diventare il latte una questione di salute pubblica. Necessitavano così nuove leggi, regole e controlli.
La nuova Centrale iniziò concedendo la gestione a imprenditori privati e proseguì non senza tensioni dei produttori di latte infuriati per essere esclusi dalla gestione e dalla ostilità dei lattivendoli (la sigillatura delle bottiglie impediva sofisticazioni e annacquamenti).
La carta annonaria, documento personale  in tempo di guerra (1942) dava diritto ad acquistare una determinata razione di generi alimentari, tra cui il latte.
Dal 1960 a oggi, nuovi gusti e nuovi prodotti, hanno consolidato nel corso del tempo un primato. Dai primi anni ’90, si apriva una fase di intenso dibattito politico sulla opportunità di procedere alla privatizzazione della Centrale del Latte. Nel 2000, la Centrale veniva acquistata dal Gruppo Granarolo. La produzione si sposta a Pasturago di Vernate (16 km circa da Milano).
La Centrale del Latte a Milano era radicata profondamente nel vissuto dei cittadini milanesi, è una storia scritta insieme nel corso del tempo. Oggi gli edifici racchiusi tra Via Sarfatti, Via Castelbarco, Viale Toscana e il verde del Parco Ravizza sono stati rasi al suolo, risparmiando il ‘Pane Quotidiano’. Rimangono i muri di Viale Toscana con i mosaici realizzati da alcune scuole e artisti milanesi raffiguranti mucche divertite e al servizio del consumatore a testimoniare oltre 70 anni del secolo scorso. Ora il terreno è proprietà dell’Università Bocconi.

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Anni ’30 – Ricevimento latte.

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 Anni ’30-’40 – Le Maestranze della Centrale del Latte.

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1900 – Il tradizionale carretto del menalatte (Civica Raccolta Bertarelli, Milano)

Distribuzione del latte a Milano raccolto nelle cascine della Bassa Lodigiana.
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Anni ’30-’40 – Autorimessa veicoli per il trasporto del latte.

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Anni ’40-’50 – Automezzi per la distribuzione del latte.

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 Anni ’50 - Azienda consorziale dei consumi

Interno dello spaccio al Parco Ravizza (Civico Archivio Fotografico-Milano).

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1952 – Rampa di accesso alla Stazione S. Luigi a Porta Romana (foto di Mario De Biasi).

Pendolari alla stazione. Maestranze provenienti dal lodigiano verso la TIBB, la Centrale del Latte, la Necchi, l’OM FIAT.

 

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1860 – Officina del gas – litografia.

La prima storica immagine dell’Officina del gas di San Celso (area Via Sarfatti, Via Bocconi, Viale Bligny, Via Roentgen. Collegata alla ferrovia di Porta Romana, fu in seguito trasferita alla Bovisa. (da “Milano tra luce e calore” – Ed. A.E.M., 1995). All’inizio di Viale Bligny negli anni ’50-90 si trovava il capolinea degli autobus della Società SGEA per Pavia.

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 Gasometro

 cosi eravamo porta romana 40 Officina del gas di Milano. Sala degli estrattori. Veduta esterna costruito nel 1866.
Foto dell’Archivio storico di Milano

 

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1941 – L’Università Commerciale ‘Luigi Bocconi’

La Nuova sede dell’Università Commerciale L. Bocconi al parco Ravizza.
Istituita nel 1902 da Ferdinando Bocconi in memoria del figlio Luigi, caduto a Adua nel 1896, la ‘Libera Università Commerciale Luigi Bocconi’ ebbe la sua prima sede in un palazzo appositamente costruito in largo Notari (Piazza Statuto). L’inaugurazione della nuova sede, esempio di architettura razionale, (architetti G. Pagano e G.G. Prevedal) coincise con il quarantesimo anniversario della fondazione dell’Ateneo ed ebbe luogo il 21 dicembre 1941 con grande concorso di autorità e pubblico (da E. Resti “L’Università Bocconi” – Ed. Egea 1999).
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1956 – Il pensionato studentesco - (foto  Archivio Resti – Biblioteca Bocconi)

C’è un angolo di mondo dove centinaia di persone hanno passato molti dei momenti più belli della loro vita. E’ un angolo di mondo strano. Non vi scorre intorno un fiume, né lo circonda il mare. Il sole vi batte poche settimane l’anno e il vento non vi porta il profumo delle magnolie. Non vi si cucinano aromatici manicaretti né vi si può adagiare su molli triclinii.
E’ arido come le pietre dell’Armenia, grigio come le maglie dell’Alessandria. Ma in tanti lo ricordano con nostalgia, e, se ne parlano, il sorriso che ora smaglia il volto si fa sincero e disteso.
E’ il Pensionato Bocconi, nobile architettura di piccole celle senza cesso per gli studenti dell’Università più illustre e vanitosa dei nostri tempi.
Cellette gloriose, dove tutto è fluito: grandi romanzi d’amore (alcuni a lietissimo fine, altri più truffaldini assai), ambizioni più ridimensionate che confermate, utopie generose e qualche volta folli, piacevolezze e prepotenze goliardiche, notti spasmodiche non d’amore ma di studio impasticcato, cenacoli e sbronze con finali musicali, battaglie navali con brocca epiche e un tantinetto sceme, sagaci tattiche per superderbies di calcio e pallavolo.”
Nando Dalla Chiesa – Natale 1985 (da “Via Bocconi 12” di S. Grillo, Melampo Editore).

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La mensa del pensionato (foto Archivio Resti – Biblioteca Bocconi)

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1973 –  ‘La Pressa’ - Monumento a Roberto Franceschi.

Cade nel punto in cui oggi sorge il monumento il giovane studente ( al secondo anno di Università), colpito alla nuca da un proiettile durante una manifestazione studentesca il 23 gennaio 1973. Morirà una settimana dopo.

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Comitato delle sedie.

Si chiamano così gli abitanti della zona tra la Bocconi e Porta Romana che a Milano scendono in strada per combattere la prostituzione nel loro quartiere. Un degrado inimmaginabile. Un gruppo crescente di schiave straniere dalle 22.00. Vie tranquille che si popolano di clienti di ogni tipo, su grandi cilindrate o su motorini e a piedi, Strade zeppe ogni mattina di preservativi, escrementi. Amplessi in auto davanti ai portoni e sui passi carrai, o in pidi appoggiati ai muri. Per tagliare i costi e battere la concorrenza. Con tutto l’indotto: sentinelle, staffette, bustine di droga tenute in deposito a centro metri, guardoni che si masturbano, prostituzione maschile e furti di auto per “consumare”. E la paura delle ragazze, che piuttosto che ternare a casa la sera vanno a dormire dalle amiche.

E’ andata avanti così per mesi, ognuno chiuso nelle sue rabbie. Frustrazioni cresciute dopo alcune telefonate alle forze dell’ordine. Al sentirsi rispondere “non possiamo fare niente” o addirittura consigliare, come rimedio, di “cambiare casa”. Poi sono incominciate le iniziative individuali. Nella via lasciata buia dal Comune, cittadini e condomini hanno scelto il fai-da-te: illuminazioni con fari dai balconi, sui vari piani, sui passi carrai, per rendere la via ostile allo smercio di sesso a pagamento. Ma non basta. Solo un po’ di sfrontatezza in meno fino a mezzanotte, un più intenso passaggio di polizia e carabinieri. Poi tutto ricominciava. Allora cittadini che non si erano mai salutati che nemmeno si conoscevano di vista hanno iniziato a scriversi. A conoscersi e parlarsi. Hanno capito che la difesa del loro quartiere dipendeva da loro. E hanno indetto un’assemblea. Nella sede dell’Arci dove molti non hanno gradito, perché “questa è una battaglia della destra”: un po’ di giovani sfottevano i convenuti canticchiando “siamo tutti prostitute”. Specchio esemplare dell’incapacità di tanta sinistra di rispondere a bisogni della gente, e di sottrarla al fascino degli slogan truci e razzisti. Perché in questa storia i toni truci sono stati subito respinti.

E, al di là delle opinioni politiche dei cittadini mobilitati si è fatta largo un’idea di buon senso. Sempre rispettosa delle persone, sempre consapevole dei drammi della prostitute-schive, ma ma molto determinata: riprendersi il territorio. Il nome del “comitato delle sedie” è nato così. Dalla scelta di sedersi anche al gelo fuori a chiacchierare fino a tardi. Come nei paesi del sud, dove star fuori serve a vedere e a prevenire eventuali presenze sgradite. E a far vita di comunità. Non per nulla la prima iniziativa è stata una bella serata dal pizzaiolo egiziano all’angolo sulla circonvallazione. Tutti da lui in segno di solidarietà, visto che rischia di chiudere per mancanza di clienti alla sera, con quel traffico davanti all’ingresso.

Poi presidi in strada, per scoraggiare i clienti, con l’obiettivo di far dimagrire il fatturato dell’industria, che tale è se è vero che alcune dib queste giovanissime prostitute risultano sposate con italiani. Poi i terni ai balconi, dialoghi tra palazzi adiacenti, per fare capire che la via è viva fino a tardi. E i primi manifesti ironici sui muri “siamo tutti fotografi”, “Clienti, clic, sorridi che domani sei sui giornali”. Anche passeggiate di gruppo con chiamate alle forze dell’ordine, perché ha mai pensato di sostituirsi a loro. Semmai si è chiesto loro garbatamente, in qualche occasione, di non allargare le braccia. Perché fermare lo sfruttamento è difficile, ma non impossibile. Qualche risultato piu incisivo ha incominciato a vedersi. Ma il “comitato delle sedie” sa che il problema non è solo di “ far spostare altrove” ma di far capire che il traffico di prostitute è meno facile di quanto si pensi (quante ragazze vengono chiamate dal loro paese vedendo che nessuno reagisce e che “butta bene”?). Ora già si progettano cineforum di strada per quanto farà caldo. Lezioni di tango argentino con l’aiuto dell’Arci. Nessun ha mai usato la parola “ronda”, forse nessuno vuol sentirla. Ma questo è volontariato puro. Sulla sicurezza, anziché sulla cultura, sui servizi sociali o sullo sport. E’ vero: paradossalmente dovremmo ringraziare le prostitute e perfino i loro sfruttatori. Perché prima non ci parlavamo, ora ci conosciamo, ci diamo del tu, il quartiere è ricco di vita solidale, mentre prima alle 21.30 calavano le tapparelle e chi tornava la sera posteggiava di corsa e rientrava in casa senza guardarsi intorno. Sicurezza è prima di tutto socialità. Lo abbiamo sperimentato perché abbiamo voluto affrontare “un tema della destra”. E’ quando non li affronti, questi temi, poi ti accorgi in campagna elettorale di non sapere parlare alle genti e di perdere milioni di voti, che cerchi inutile, affannoso riparo nel linguaggio della destra: via i romeni, caccia ai graffitari. E invece basterebbe sapere stare dentro i problemi della vita quotidiana.

Nando Dalla Chiesa (26/02/ 2009)  

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Un gruppo di cittadini residenti, del Comitato delle Sedie  .

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Anni ’40 – Il primo autobus sperimentale – Via Crema

Primo autobus sperimentale gassogeno alla fermata della Linea N (ang. Via Salmini). Sullo sfondo, il tetto del Cinema Minerva (il cosiddetto ‘Pidocchietti),  nel quale, al costo di un biglietto d’ingresso, si assisteva alla proiezione di due film.
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1927 – Il Teatro Principe in Viale Bligny

Un caso singolare di una sala cinematografica che si converte alla prosa: il Teatro Principe nell’ex Viale Ludovica, oggi Viale Bligny. Eretto all’inizio del ‘900, dal 1927 diventa sede di spettacoli teatrali e persino di incontri di pugilato. In circa dodici anni la Compagnia Stabile Milanese mise in scena circa duemila recite. Nel terzo decennio del secolo. Ma l’interesse per il teatro dialettale sembra declinare tanto che, secondo alcuni, nel terzo decennio del secolo nessuno si accorge dell’esistenza di un teatro milanese. Commedie in dialetto continuarono a essere rappresentate, ma erano opere di traduttori e riduttori. Paolo Bonecchi, direttore della Compagnia Stabile, recitò per anni il repertorio di Ferravilla, prevalentemente in dialetto, a volte in lingua.
Il commediografo Corrado Colombo difese e incoraggiò il repertorio dialettale nella sala di Viale Ludovica: “Stoo noster teater milanes l’è ancamò in vita, el sarà minga tant in gamba…., ma hoc mai capii i tentativ de fa rinass chii ha nancamò de moì”.
Al Teatro Principe esordisce il 30 dicembre 1933, la Compagnia di prosa capeggiata da Anna Carena (che agli inizi si faceva chiamare con il suo vero nome: Pina Galimberti) dimostra una spiccata preferenza per i testi nuovi, originali o tradotti in dialetto.
Negli anni 1934-36 si esibiva la Compagnia Grandi Spettacoli Popolari che in quegli anni mise in scena una novità di Luigi Motta imperniata su Lenin, spettacolo che richiamò la polizia (erano gli anni del fascismo). Fortunatamente non si verificarono incidenti.
Negli anni ’60, ritorno al cinema e cambio del nome: Cinema La Fenice. Un soprassalto nostalgico si ebbe nel febbraio 1971; i giornali pubblicarono un’inserzione sorprendente: “La Fenice, ex Teatro Principe – Le nostre manifestazioni artistiche – Milly oggi, panorama di canzoni dagli anni ruggenti ai giorni nostri. E’ uno spettacolo La Fenice”. Ma la rappresentazione non ebbe luogo: era andata in scena qualche settimana prima al Piccolo Teatro. Divenuto per un paio di anni un ‘cinema a luci rosse’, fu definitivamente chiuso le 2003. Ristrutturato, è ora sede di una banca e di abitazioni
 (da “I teatri di Milano” – Ed. Mursia, Milano).
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 Anni ’60 – Botteghe in Corso Lodi

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 Bar-Tabaccheria – Via Adige/ang. Via Mantova

cosi eravamo porta romana 51Una Scuola Elementare, in via Giulio Romano, era già sorta sin dal 1887.

Si trattava di una Scuola Maschile, che non era tuttavia che una modesta dipendenza della vicina Scuola Elementare Femminile di via San Rocco.

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 L’osteria Morivione – foto L. Biagini, 1987)

La cascina omonima con annessa cappella si trovava in Via Corrado il Salico n° 5 all’incrocio con Via Verro. Secondo la leggenda, qui morì nel 1236 il terribile Vione, uomo sanguinario a capo di una banda di banditi, ucciso dai lancieri del Duca di Milano (forse Azzone). Nel luogo in cui cadde fu posta una pietra su cui stava scritto: ‘Qui morì Vione’ e da qui il nome Morivione. La pietra che ricordava la fine di Vione Squilletti non c’è più e anche l’osteria ha perso la sua patina antica; resta a confermare le sue antiche origini, un poderoso tronco di glicine (da “Osterie Milanesi” – Città di Milano 8/99).